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Nelle grinfie di Telegram: lo stupro di gruppo ai tempi dei social

di  Ed. Italia  -  4 Aprile 2020

NAZIONALE. Telegram è considerato un servizio di messaggistica di nicchia rispetto a Whatsapp, ma più funzionale e ampio di quest’ultimo.

Funzionale soprattutto per lo scambio di messaggi a contenuto sessuale. Con i suoi 430mila iscritti in due mesi, ad oggi Telegram è il più grande network italiano di revenge porn.

Cos’è il revenge porn

Letteralmente “vendetta porno”, è una pratica invalsa sui social e nelle piattaforme di messaggistica con cui ci si vendica del partner diffondendo senza il suo consenso immagini o video a contenuto sessuale, in atteggiamenti fortemente espliciti.

Oggi, in Italia, grazie alla legge 69/2019, il revenge porn è diventato reato: l’art. 10 della norma ha introdotto nel codice penale il nuov art. 612 ter in cui si rende illecita la diffusione di tali contenuti senza il consenso delle persone rappresentate sessualmente in essi e al fine di procurare loro nocumento.

Il substrato di Telegram 

Scavando nello spazio ospitato dal servizio di messaggistica russo è però possibile ritrovare anche numeri di telefono e recapiti social, richieste esplicite di “rendere la vita impossibile” alle ex partner, pubblicazione di materiale pedopornografico: video di minori (talvolta anche di otto-dodici anni) che sarebbero vietati persino dal regolamento interno della piattaforma, e che nella maggior parte dei casi diventano oggetto di trattativa privata. L’attenzione è partita da un’inchiesta compiuta da Wired Italia.

Nelle ultime ore il caso è arrivato all’attenzione degli utenti di Twitter, in seguito alla testimonianza di una ragazza che ha ritrovato per caso alcune sue foto sul gruppo e ha denunciato pubblicamente l’accaduto. Non solo: il sito di messaggistica nasconde anche delle vere e proprie contrattazioni per la vendita di foto osé, di minori, donne e più in generale di vittime ignare.

Chi ha dodicenni?” esordisce “Ragazzo”, che come quasi tutti i membri del gruppo partecipa alla discussione con un account fake, non collegato a un numero di telefono. “Magari” gli risponde 77gg77, prontamente accontentato da “booh” che digita solo “cercami”. Dove il sottinteso è: accordiamoci in privato.

Il caso

Negoziazioni per l’acquisto di contenuti su belle minorenni ma anche stupri di gruppo: Serena, una studentessa di 21 anni, ha denunciato la sua esperienza dicendo: “Qualcuno ha preso delle foto dal mio profilo Instagram e le ha pubblicate sul gruppo. Non mi vergogno di quelle immagini, è tutta roba pubblica, ma è stato un po’ come gettare un pezzo di carne in un gabbia di cani affamati”.

Non ho fatto troppo caso ai primi messaggi arrivati, non è raro che qualcuno ci provi sui social. Poi però sono passati agli insulti, di quelli che di solito vengono riservati alle donne. Uno di loro mi ha detto: fai la troia e poi non ci stai? Sono felice che ti abbiano messa su Telegram”. E poi le ha mandato un link per invitarla a partecipare al gruppo. Mi hanno scritto in privato su Instagram. All’inizio era solo una persona, poi sono diventate tre. Nel giro di un fine settimana avevo dieci richieste di messaggi e ho capito che forse qualcosa non andava”.

Le conseguenze del revenge porn

L’esposizione, la gogna e poi gli insulti.  Secondo Amnesty International, in Italia almeno una donna su cinque ha subito molestie e minacce online e sebbene il caso di Serena non si configuri propriamente come revenge porn, non vuol dire che faccia meno male: “Penso sempre a chi possa aver deciso di pubblicare le mie foto, le mie generalità. Potrebbe essere chiunque, è vero, ma se fosse stato un mio amico?”.

Nel gruppo, composto per la stragrande maggioranza da uomini, le foto delle ex ci finiscono di solito per vendetta o come moneta di scambio. Da queste parti vige infatti una strana economia del baratto, dove il valore di una foto è dato dalla sua capacità di essere percepita come intima e reale. Le foto prese da Instagram avranno dunque un valore relativamente basso, ma le storie, se registrate, nel giro di 24 ore diventano delle piccole reliquie, proprio per la loro preziosità (le storie di Instagram infatti si cancellano automaticamente dopo un giorno, rimanendo però nell’archivio personale dell’utente).

La legge italiana

La legge sul revenge porn sembra non funzionare per Telegram, perché è possibile creare delle chat pronte all’autodistruzione, destinate cioè a disintegrarsi totalmente, a differenza di whatsapp. Una funzione nata per tutelare gli scambi di foto hot diventa invece un rischio per le vittime di diffusione non autorizzata di materiale porno. Come uscirne?

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